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 Storie di giufa

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HLEUT

HLEUT

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MessaggioTitolo: Storie di giufa   Storie di giufa EmptySab 10 Ago 2019, 08:01

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Le avventure di Giufà


Giufà e la statua di gesso

Un giorno la madre disse a Giufà: "Prendi un po’ di questa tela; vai a venderla in qualche paese lontano, ma fai attenzione, l’hai da vendere a quelle persone che parlano poco".
Giufà partì con la tela in spalla e andò a venderla.
Arrivato in paese cominciò a gridare: "Chi vuole la tela!".
Le persone lo chiamavano, ma cominciavano a parlare assai: a chi pareva grossolana, a chi pareva cara. A Giufà invece pareva che parlassero assai, e non gliene voleva dare.
Cammina di qua, cammina di là, si infila in un cortile. Non c’era nessuno; ma ci trovò una statua di gesso e Giufà le disse: "La volete comprare la mia tela?"
La statua non rispondeva; ma intanto Giufà vide che parlava poco:
"A voi, che parlate poco, voglio vendere la tela".
Prende la tela e gliela mette su una spalla.
"Domani vengo per la grana", e se ne andò.
Quando fece giorno, tornò dalla statua per riscuotere i quattrini, ma la tela non la trovò, e arrabbiato le ripeteva:
"Dammi i soldi della tela".
Ma la statua continuava a stare zitta.
"Giacché non mi vuoi pagare, ti faccio vedere chi sono io", e afferrato un bastone comincia a prenderla a mazzate fino a ridurla in pezzi.
Ma (sorpresa ! ) nella pancia ci trova una pentola di denari.
Si mette i denari nel sacco e se ne torna da sua mamma.
Arrivato da sua madre le disse: "La tela la vendetti a uno che non parlava, ma la grana la sera non me ne dette; poi ci tornai la mattina col bastone, l’ammazzai di legnate, la gettai a terra e (finalmente) mi dette ‘sti denari >.
La mamma, che era furba, gli disse: - Non dire niente a nessuno, che a poco a poco ci godremo 'sti denari -.





Giufà e la pentola in prestito

Giufà aveva nomea di essere uno sciocco. Forse lo era un po', ma non troppo.
Un suo vicino cercava di gabbarlo spesso chiedendogli cose in prestito, che sistematicamente non restituiva. Trovava sempre le scuse più banali o assurde quando Giufà rientrare in possesso dei suoi beni.
Stufo di essere preso in giro, Giufà un giorno decise di vendicarsi.
Incaricò la moglie di farsi prestare dal vicino una pentola e all'indomani la restituì ringraziandolo. Il vicino riprendendosi la pentola si accorse, però, che dentro la stessa vi era una pentola più piccola. Meravigliato della cosa, il vicino chiese a Giufà: - Di chi è questa pentolina? Perchè me la dai?
Giufà rispose: - La pentolina è tua! Di notte, la tua pentola ha partorito la pentolina. Ecco perché è tua!
A quelle parole il vicino di casa si prese le due pentole, senza dire altro, e dentro di sè si disse: - Giufà è proprio uno sciocco!
Dopo qualche settimana Giufà mandò di nuovo la moglie a chiedere una pentola al vicino, ma, dopo averla usata e lavata, non la restituì. Poiché aveva bisogno della pentola, il vicino di casa andò a cercarla a Giufà, pensando, magari, che avrebbe rimediato qualche altra pentolina.
Ma Giufà, che aveva messo in atto la sua vendetta, disse:
- Mi dispiace, amico mio! Non so come dirtelo, ma la tua pentola, dopo aver cucinato la zuppa di fagioli, si è sentita male. Ma, talmente male che è morta!
Il vicino preoccupato per la risposta di Giufà, inveì:
- Ma, come puoi dire queste scemenze! Non si è mai sentito che una pentola possa morire! Mi sa tanto che la tua è una scusa!
Giufà, con bagliore di furbesca lucidità, rispose:
- Se è vero che una pentolina può nascere da una pentola, potrà pur essere vero che una pentola possa morire? - così dicendo, chiuse la porta in faccia al vicino e si tenne la pentola grande in cambio della pentolina





Giufà e le stelle

Giufà era molto astuto. Chiamato dal Sultano, un giorno, si sentì dire: - Ti darò 100 denari se passerai tutta la notte sul minareto indossando sola la tua giallabiya.
All'indomani Giufà si presentò dal Sultano chiedendo che venisse mantenuta la promessa: - Ho fatto come mi avevi chiesto ed ho passato la notte sul minareto alle condizioni che volevi.
Il sovrano disse:
- Va bene! Ma, prima dimmi come è andata.
Giufà raccontò:
- Era una notte fredda, a causa di un forte vento tagliente, ed era talmente limpida che stelle rischiaravano i dintorni.
- Furfante! - esclamò il Sultano - Ti sei scaldato con la luce delle stelle! Non ti meriti niente!
Giufà non disse nulla e se ne andò via afflitto, ma meditava una rivalsa.
Qualche giorno più tardi Giufà invitò a casa sua il Sultano con tutto i cortigiani e, fatti sedere a tavola tutti quanti, non servì nulla.
Dopo qualche ora di attesa, il Sultano molto arrabbiato chiese:
- Giufà, non hai preparato nulla da mangiare?
Giufà sornione rispose:
- Chiedo scusa a tutti, ma la pentola del cuscus non è ancora calda, venite a controllare
Il Sultano si alzò e vide la pentola con il cuscus penzoloni con una corda dal soffitto ben lontana dal fuoco, il braciere in un angolo sul pavimento e Giufà che soffiava sul braciere
- Perché soffi sul braciere? - domandò il sultano.
- Per fare arrivare prima il calore alla pentola - rispose Giufà
- Ma sei tonto? Come può giungere il calore alla pentola se è così distante? - ribadì il Sultano
Giufà, con un pizzico di ironia, rispose:
- Se nella notte sono riuscito a scaldarmi grazie alle stelle del cielo, si potrà pure cucinare il cuscus con il calore del braciere, visto che è molto più vicino!
Capita la lezione, il Sultano diede 200 denari a Giufà per premiarlo della sua arguzia.





Giufà e la luna

Giufà una notte, passando vicino ad un pozzo, vide la luna riflessa nell'acqua.
Pensando che fosse caduta dentro decise di salvarla.
Prese un secchio lo legò ad una corda e lo buttò nel pozzo.
Quando l'acqua fu ferma e vide la luna riflessa nel secchio cominciò a tirare con tutta la sua forza.
Il secchio, salendo rimase, però, impigliato nelle parete del pozzo. Allora Giufà si mise a tirare ancora con più forza e tirando, tirando spezzò la corda e finì a gambe all'aria e cadde a terra.
Alzando gli occhi verso l'alto, per cercare un appiglio per rialzarsi, vide nel cielo la luna.
La sua soddisfazione fu grande e disse a se stesso ad alta voce:
- Sono caduto per terra e mi sono un po' ammaccato, ma, in compenso, ho salvato la luna dall'annegamento!





Giufà e i dieci asini

Una mattina Giufà, dopo un sogno rivelatore, decise di mettersi a fare il mercante d'asini.
Andò al mercato e comprò dieci asini, quindi, per tornare a casa salì in groppa ad uno di essi. La carovana si mise, così, in viaggio: Giufà avanti e gli altri animali indietro.
Per strada, però, a Giufà venne il dubbio di averne perso qualcuno.
Si fermò e senza scendere dall'animale contò gli asini: incredibile! erano nove.
Giufà si disperò, li contò e li ricontò: erano 9.
Allora scese per terra e volle contarli toccandoli uno per uno: sorpresa, erano 10. Tranquillizzato, montò sul suo asino e riprese la strada per casa.
Per sicurezza, dopo un po' si fermò e volle contare nuovamente gli animali dall'alto della sua sella: erano 9.
Preoccupato scese per terra e li rivolle contare uno per uno: erano 10!
A questo punto a Giufà fu tutto chiaro: era meglio stare per terra e camminare in testa agli asini, invece di salire in groppa, perchè solo in questo caso gli animali erano 10.
Fu così che Giufà, nonostante avesse a disposizione 10 asini, tornò a casa facendosi tutta la strada a piedi.





Giufà e i ceci

Una giorno la mamma di Giufà, uscendo per andare a messa, disse:
- Giufà io sto uscendo. Fra un po' metti due ceci in pentola, in modo che quando torno siano pronti per mangiare.
Uscita la mamma, dopo un po', Giufà fece quello che la madre gli aveva detto.
Quando la madre tornò a casa vide che la pentola dell'acqua era sul fuoco che bolliva. Ma, alzando il coperchio, restò di stucco non vedendo nessun legume dentro l'acqua.
- Giufà, figlio sventurato, - disse - ma non ti avevo detto di mettere i ceci in pentola?
- Così ho fatto mamma
- Ma come? Non vedi che non c'è niente?
- Non ho colpa mamma. Anzi io ho fatto meglio di come mi avevi detto. Invece di due ceci in pentola ne ho messi tre. Poi per controllare la cottura, ne ho assaggiato uno, per vedere se era giusto di sale ne ho assaggiato un altro e per vedere se fosse ancora duro ho assaggiato l'ultimo. Per questo motivo non ne sono rimasti.
La mamma di Giufà, senza dire altro, prese un cucchiaio di legno e gliene suonò di santa ragione sulle gambe.





Giufà fa il giudice

Un morto di fame, con pochi soldi in tasca, passò davanti una bottega, dove stavano arrostendo della carne.
L'odore gli scatenò ancor più la fame, ma non avendo soldi a sufficienza per comprare la carne, andò dal fornaio e si comprò un pezzo di pane. Poi, si riavvicinò alla bottega e si sedette là vicino in modo che potesse accompagnare al pane che mangiava il profumo della carne.
Quando finì di mangiare il pane, il padrone della bottega si avvicinò a lui e gli disse:
- Visto che hai gustato con tanto piacere il profumo del mio arrosto, adesso me lo devi pagare!
Il morto di fame, non avendo più soldi per pagare, fu portato a forza da Giufà, che nel frattempo era diventato un bravo giudice.
Il padrone della bottega disse a Giufà:
- Qust'uomo mentre mangiava il suo pane, gustava a sbafo il profumo della mia carne arrostita. Mi deve pagare per questo, ma lui si rifiuta di farlo.
Giufà colpito per la singolare richiesta, chiese al bottegaio: - Quanti denari vuoi per il profumo della tua carne?
Il bottegaio precisò: - Deve darmi cinque denari! Cinque denari per il profumo della mia carne!
A questa richiesta, Giufà prese dalla sua tasca cinque denari e li fece cadere sul suo tavolo, in modo che potessero tintinnare.
Poi, chiese al bottegaio: - Hai sentito il suono dei cinque denari?
Il bottegaio rispose: - Sicuramente signor giudice! Era un piacevole tintinnio! Ma, cosa mi vuole far capire?
Giufà rispose sentenziando: - Così come quel poveraccio si è cibato del profumo della tua carne, tu ti puoi considerare pagato con il suono delle mie monete. E ora te ne puoi andare soddisfatto.
Mentre il bottegaio se ne andava con scorno, Giufà invitò il poveraccio a mangiare a casa sua.





Giufà al mercato

Andando al mercato, Giufà vide una donna che cercava disperatamente di vendere una capretta, ma la gente passava indifferente e non si fermava.
La disperazione della donna aumentava e, allora Giufà decise di aiutarla.
Prese una fettuccia di stoffa e cominciò a misurare da capo a piedi e in lungo e in largo la capretta.
I passanti, incuriositi da queste strane misure, cominciarono a fermarsi e ad osservare cosa Giufà facesse. Finalmente un uomo decise di acquistare la capretta e di pagarla quanto la donna chiedeva.
Giufà soddisfatto smise di misurare l'animale, ma il nuovo padrone volle chiedergli il perché di tutte quelle misurazioni.
Giufà rispose: - Ho pensato che la gente volesse sapere le giuste misure dell'animale prima di acquistarlo. Quindi, facendo le misure davanti a tutti ho incuriosito i passanti e ho potuto far vendere la capretta a quella donna disperata.





Giufà e il chiodo

Giufà e il chiodo Giufà era sempre al verde e, disperato, decise di vendere la sua casa.
Trovato l'acquirente, pose solo una condizione per la vendita:
- La casa diverrà tua, ma questo chiodo piantato nel muro deve restare per sempre mio - disse
Il compratore accettò la condizione senza riserve e l'affare fu fatto.
Dopo qualche settimana, Giufà bussò alla porta del nuovo proprietario ed entrò in casa, si diresse verso il chiodo e vi appese un sacco.
Dopo qualche giorno ritornò, si riprese il sacco e appese al chiodo un vecchio abito.
Col tempo le visite di Giufà cominciarono a farsi giornaliere e, spesso, anche per più volte al giorno e sempre prendeva ciò che era appeso e metteva una nuova cosa.
Le visite continuarono ininterrotte in qualsiasi ora del giorno
Un giorno Giufà spuntò con lo sterco di un asino e, sotto gli occhi sbalorditi degli inquilini, appese al chiodo quell'ammasso puzzolente.
Il proprietario, spazientito, urlò: - Non ti lascio ammorbare la mia casa, porta via questo schifo!
Giufà, con la sua solita calma, disse: - Vedi, io ti ho venduto la casa, ma il chiodo resta mio. Ho tutto il diritto di appendervi quello che voglio e se tu non sopporti non so cosa farci! Puoi scegliere di andartene, ma non chiedermi nemmeno un soldo indietro..
Il proprietario non riuscì a sopportare le incursioni di Giufà e se ne andò via lasciando la casa a Giufà.
Giufà si prese la casa e non restituì nemmeno un soldo.





Giufà e i ladri

Un giorno due ladri, armati fino ai denti, sbarrarono la strada a Giufà e, brandendo un lungo coltello, lo minacciarono:
- O la borsa o la vita!
A Giufà, impaurito da morire, tremarono le gambe. Si sedette e chiese da bere.
Ma, i due briganti lo minacciarono con più forza e uno di loro disse con voce tremenda:
- Tira fuori i soldi, che acqua a te non ne diamo!
Giufà cercò, allora di giocare d'astuzia. Si calmò e disse:
- Siete proprio fortunati. Ho un sacco di soldi con me. Ma, lo voglio dare solo ad uno di voi. Perciò, mettetevi d'accordo e ditemi a chi devo dare il denaro.
Un brigante disse: - I soldi toccano a me! Io ti ho visto per primo
L'altro bandito precisò: - Ma, sono stato io a dire che l'uomo giusto a cui rubare potevi essere tu!!
Su questa affermazione i due briganti cominciarono a litigare, ognuno presentando il proprio punto di vista. I due briganti cominciarono a discutere fra loro e gridare sempre più forte.
Giufà colse al balzo l'occasione e disse:
- Visto che non vi mettete d'accordo, darò i denari a quello che è più forte fra voi due!
Un brigante minacciò dicendo: - Se voglio posso stendere per terra il mio compagno con un solo pugno!
L'altro, punto sul vivo, alzò la voce e disse: - Potrei spaccargli la testa con un solo pugno, perché sono il più forte.
Dalle parole, i due briganti passarono ai fatti e se le diedero di santa ragione.
Alla fine, i due briganti strapiombarono a terra morti stanchi e insanguinati.
Giufà approfittò della situazione e, mentre si curavano le ferite, scappò via a gambe levate.





Giufà, il cristiano e l'ebreo

Giufà, un cristiano e un ebreo vivevano nella stessa casa.
Una sera, per cena, venne loro servito un magnifico piatto di carne. Ciascuno dei tre commensali desiderava avere solo per sè quel cibo succulento, e nessuno voleva cederlo all’altro.
Allora l’ebreo disse:
- Io propongo che noi tre si vada a dormire senza toccare cibo. Colui che al suo risveglio, domattina, racconterà il sogno più bello, mangerà tutto quanto.
E cosi fecero.
La mattina dopo ciascuno racconto il suo sogno.
Disse il cristiano: - Ho sognato che il Messia (su di lui la pace!) è venuto a prendermi per mano e mi ha fatto vedere le meraviglie della terra.
- Nel mio sogno invece - replicò l’ebreo - il nostro profeta Mosé (su di lui la benedizione!) è venuto e mi ha fatto visitare il regno celeste.
Infine, parlò Giufà: - In quanto a me, il mio profeta Maometto (Allah preghi per lui e gli conceda la Sua benedizione!) mi ha svegliato e mi ha detto: "I tuoi due amici sono occupati a visitare la terra e il cielo, e non torneranno molto presto. Quindi, è meglio che tu mangi la carne, prima che vada a male" - e cosi ho fatto.





Giufà e le chiacchiere della gente

Giufà e suo figlio, un giorno, decisero di andare in un villaggio vicino e si incamminarono con l'asino.
Per strada, delle ragazze, vedendo padre e figlio camminare a fianco all'asino senza montarvi sopra, si misero a deriderli.
Giufà, toccato sul vivo, fece montare in groppa all'asino suo figlio e commentò: - Così, la gente smette di ridere di noi!
Andando avanti per strada incontrarono un gruppo di uomini, che vedendo il bambino sul somaro e Giufà stanco a piedi, si misero a commentare come non c'era più rispetto: - Un figlio giovane sull'asino e un padre stanco a piede. Che vergogna!
Giufà, colpito dai commenti, fece scendere suo figlio e montò lui in groppa all'animale, dicendo: - Vediamo se adesso va bene!
Continuando a camminare, incontrarono delle donne, che subito commentarono: - Che vergogna! Un uomo grande e grosso sull'asino e un bambino affaticato a piede. Che padri snaturati!
Allora, Giufà pensò che, per non farsi più deridere o criticare dalla gente, era meglio salire entrambi in groppa sul somaro.
E così fecero.
Accadde che, incontrando due uomini, si sentirono dire: - Guardatevi! Voi tranquilli e riposati e quel povero somaro sta morendo di fatica! Vergognatevi! Siete senza Pietà.
Giufà, stufo delle continue critiche, decise che sarebbero stati padre e figlio a portare sulle spalle il somaro - Spero che nessuno abbia niente da ridire, adesso!
Ma, giunti al villaggio tutta la gente che li vedeva si metteva a ridere a crepapelle e li prendeva in giro.
Giufà, rassegnato, rimise l'asino per terra e, insieme al figlio, riprese a camminare a fianco l'animale.
Rivolgendosi al figlio disse: - Ascolta, qualsiasi cosa tu faccia non puoi trovare tutti d'accordo. L'importante è fare quello che ti pare giusto fare.





Giufà e il commerciante

Giufà decise di partire per un viaggio e chiese ad un suo vicino di conservargli del ferro, perché aveva paura che in sua assenza i ladri glielo rubassero.
Il suo vicino, che era un commerciante furbastro, gli disse che l'avrebbe conservato di buon grado.
Giufà portò, così, il ferro al vicino e partì.
Quando tornò dal viaggio si presentò dal commerciante per riprendersi il ferro, ma questo gli disse:
- Giufà, debbo darti una brutta notizia: i topi hanno mangiato tutto il tuo ferro e non ho più nulla da darti!
- Ma da quando i topi mangiano il ferro!? - esclamò Giufà, che stava capendo che qualcosa era andata male
- Ti giuro che è successo proprio così! Credimi! E' una cosa pazzesca, ma i topi lo hanno divorato tutto! - ribadì forte il commerciante
A Giufà non restò che incassare la malafatta del suo vicino e andarsene mugugnando e meditando di rifarsi subito.
Dopo qualche giorno, andando al mercato, Giufà vide l'asino del suo vicino carico di mercanzia appena comprata.
Non ci pensò due volte prese l'asino e lo portò via.
Il mercante, non trovando più il suo asino e soprattutto la mercanzia, si mise a cercare per tutto il mercato l'animale e il suo carico. Chiedeva a tutti quelli che incontrava, ma nessuno sapeva dargli indicazioni, fin quando non incontrò Giufà a cui chiese:
- Giufà non trovo più il mio asino e il suo carico di merce. Per caso, tu non l'hai visto?
Giufà con faccia contrita rispose:
- E' successa una cosa incredibile, amico mio! Ero affacciato alla finestra quando, ad un tratto, ho visto un uccellaccio che prendeva con gli artigli un asino carico di roba e con un gran sbattimento d'ali se lo portava via. Sarà stato sicuramente il tuo somaro!
Il commerciante esclamò:
- Avrai avuto le traveggole o sei impazzito! Come può un uccello portarsi via un asino carico di merce? E' impossibile!
Giufà, sornione, disse:
- Caro amico, se dei topini riescono a mangiarsi tutto il mio ferro, figurati se un uccellaccio non riesce a rapirsi un asino! Tutto è possibile!
Giufà se ne andò via ridendo sotto i baffi e lasciando il commerciante col naso all'insù.





Giufà e i cento dinari

Giufà aveva molto bisogno di soldi e, allora, si mise a pregare Dio nel cortile di casa. Per farsi sentire meglio prega a voce alta:
- Dio, Dio mio aiutami! Manda 100 denari a Giufà morto di fame! Ma cerca di essere veramente buono con me: non mandarmi meno di 100 denari! Se me ne mandi solo uno di meno, non li accetterò.
Ogni giorno e spesso più di una volta al giorno, Giufà faceva la sua preghiera.
Un suo vicino di casa, stanco di sentirlo pregare pensò di fargli uno scherzo. Pensando che Giufà non avrebbe accettato, preparò un borsino con 99 denari. Quando Giufà si mise a pregare, glielo buttò nel cortile.
Giufà raccolse il borsino e cominciò a contare le monete:
- Dio - disse - hai ascoltato la mia preghiera, ma non fino in fondo. Manca un denaro! Non dovrei accettare la tua donazione, ma lo farò lo stesso. Mi raccomando, però, il denaro che manca mandamelo al più presto possibile!
Al suo vicino, che pensava di prendere in giro Giufà, non restò altro da fare che incassare il colpo.





La storia di Cola-Pisci

A Messina c'era un bambino di nome Cola che stava mattina e sera nell'acqua e la povera madre lo chiamava:
- Cola, Cola! Vieni a terra .

Ma lui continuava a nuotare sempre più lontano. E a furia di chiamarlo alla mamma venne il torcibudella.

Un giorno la madre perse la pazienza e gli disse:
- Cola che tu possa diventare un pesce!

Proprio in quel momento le porte del cielo erano aperte è così Cola diventò mezzo uomo e mezzo pesce. Poco dopo la madre vide che non tornava più e morì dal dolore.

Il re della Sicilia ordinò a tutti i marinai che, chi incontrava Colapisci gli doveva dire che il re gli doveva parlare. Un marinaio lo incontrò e gli disse:
- Cola, vai dal re che desidera parlarti .

Cola ubbidiente andò dal re e gli disse:
- Maestà! Lei mi voleva parlare? Io la ascolto.

- Cola, tu sei un bravo nuotatore fammi il giro completo di tutta la Sicilia e dopo mi racconterai quello che hai visto.

Dopo un giorno Cola tornò e disse al re:
- Vostra maestà! Sono tornato. Ho visto coralli e molte specie di pesci.

- Adesso, Cola, tu andrai di nuovo giù e mi dirai su cosa si appoggia la Sicilia. Dopo due giorni Cola tornò e disse al re:
- Vostra maestà! La Sicilia si appoggia solo su tre colonne: una rotta, una scheggiata e l'altra intera. Il re preoccupato disse a Cola:
- Cola vai un'altra volta giù e dimmi quanto è profondo il mare vicino al faro. Dopo due giorni Cola disse al re:
- Vostra maestà! Non ho visto niente perchè da uno scoglio sott'acqua esce del fumo. Il re insistendo gli disse:
- Cola, buttati dalla torre del faro. Cola si buttò. Quando tornò a galla andò dal re con il viso bianco bianco. Sembrava morto di paura. Disse al re:
- Vostra maestà! Ho visto un mostro lungo quanto un bastimento, e io per la paura mi sono nascosto dietro a una delle colonne dove si appoggia la Sicilia. Cola non voleva più andare in acqua per la paura. Allora il re buttò la corona in mare e si rivolse a Cola:
- Cola vai a prenderla.

Cola andò ma non tornò più. Il re preoccupato mandò i marinai a cercare Cola. I marinai videro Colapisci mantenere la Sicilia perché quella colonna che era incrinata si era rotta. Colapisci è ancora là, altrimenti la Sicilia potrebbe sprofondare nel mare
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